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All'inizio magari era il vaso di basilico sul balcone. Poi ci abbiamo preso gusto. E gli italiani si sono ritrovati agricoltori per passione: hobby farmer. Un passatempo che dà letteralmente i suoi frutti, se una buona parte dei novelli contadini sono in grado di produrre, in quanto proprietari di terreni di un ettaro in media, abbastanza olio e vino da etichettarlo, goderselo per un anno e donarlo a parenti e amici.

Sono sempre più numerose le persone che decidono di spostarsi in campagna, dedicandosi anche alle attività tipiche degli spazi rurali, agricoltura in primis. A confermare una tendenza che già da tempo i media enfatizzano è il primo rapporto Nomisma sugli hobby farmer in Italia. Lo studio, basato su 4mila interviste, è stato presentato alla Fieragricola di Verona, in collaborazione con il periodico "Vita in campagna".

La compagine degli hobby farmer è molto variegata: impiegati, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti pubblici, operai, pensionati. Ai contadini per hobby non interessa ottenere reddito dal terreno: sono accomunati dalla passione di coltivare e praticare l'attività agricola, al fine di ottenere prodotti per l'autoconsumo familiare, ma anche per stare all'aria aperta, non disdegnando la possibilità di risparmiare sulla spesa alimentare.

Le dimensioni medie dei terreni coltivati non sono marginali: si aggirano su circa 1,3 ettari, spesso comprendenti anche parti a bosco. L'agricoltore amatoriale, nell'identikit fornito dalla ricerca, si caratterizza per il possesso di un terreno agricolo coltivato nel tempo libero, ma non sempre se l'è andato a cercare: il 39,4% degli intervistati ha ereditato l'appezzamento, il 36% lo ha acquistato, mentre solo il 3,4% sono i casi di affidamento in gestione e l'1,4% le locazioni.

Attenzione però a non confondere questa “nuova figura” con quella dell’agricoltore non professionale: quest’ultimo, pur dedicando meno del 50% del suo tempo al lavoro nel campo, viene periodicamente monitorato dall’Istat e rientra nella categoria dei conduttori agricoli part-time (in Italia infatti, come si legge nell’indagine, il 70% degli agricoltori svolge l’attività in maniera part-time).

Gli hobby farmer, invece, sono impegnati a tempo pieno in altri settori economici o sono pensionati. A riprova di questa “estraneità” dal settore agricolo professionale, si pensi che oltre il 90% di chi è stato intervistato non è mai stato contattato dall’Istat in merito al censimento generale sull’agricoltura. Quindi questo interesse per le attività agricole da parte di non addetti ai lavori, riconosciuto in ambito internazionale come “tendenza in crescita” e a livello italiano come “realtà consolidata”, di fatto non è mai stata quantificata perché sfugge alla rilevazione censuaria.

In ogni caso sta via via assumendo particolare rilevanza, con la crisi economica che porta molti a riscoprire non solo la bontà ma anche la convenienza dei prodotti del proprio orto e frutteto. Le coltivazioni più praticate riguardano ortaggi, frutta, vite e olivo. Molto spesso (72%) sono accompagnate da processi di trasformazione (confetture e marmellate, conserve, vino, olio, miele, formaggio) - ovviamente su piccola scala - e in qualche caso anche da piccoli allevamenti.

Da un confronto con i censimenti agricoli nel 1990 e nel 2000 l'analisi di Nomisma evidenzia un calo di 1,8 milioni di ettari contestualmente a una diminuzione di circa 430mila aziende. “Non è pensabile - affermano i ricercatori - che questi milioni di ettari siano stati tutti destinati alla cementificazione. La superficie agricola non più rilevata dal Censimento Istat non è scomparsa: ha invece cambiato possessore, passando da un agricoltore professionale a un altro soggetto “estraneo” al settore primario che si muove secondo logiche rivolte soprattutto al mantenimento ambientale e paesaggistico (69,8%). Con benefici sottostimati - alla luce della mancanza di rilevazioni statistiche - che però permettono, insieme con il contributo preponderante dell'attività propriamente agricola, una conservazione degli spazi rurali (19,1%) e della biodiversità (36,5%) i cui vantaggi finiscono con il ricadere su tutti noi.

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