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Un numero crescente di giovani sceglie di lavorare in campagna. Il valore aggiunto per ettaro (2mila euro) è il triplo del Regno Unito, il doppio della Spagna, quasi il doppio della Francia, 1,5 volte la Germania.

La nostra agricoltura, la nostra filiera agroalimentare, non è solo uno dei primi motivi per i quali il mondo intero ama l'Italia. Non è solo uno dei comparti più forti del made in Italy. È anche quello che più di altri, in modo più maturo e articolato, ha fatto della green economy una leva per crescere. È tra quelli più dinamici e innovativi, anche grazie al numero crescente di giovani che scelgono un mestiere decisamente rivalutato rispetto a qualche anno fa. È stato in grado, anche in virtù della scelta decisa della sostenibilità, di avviare una mutazione strutturale: oggi un giovane agricoltore non passa più la sua giornata esclusivamente tra i campi, ma anche coi clienti del suo agriturismo, coi ragazzi delle scuole che visitano la sua fattoria didattica, con imprenditori di settori apparentemente distanti – come le industrie cosmetiche, quelle di prodotti per l'edilizia o della chimica verde – che usano per i loro business i prodotti, o anche gli scarti, del suo lavoro.

La nostra agricoltura è una delle più competitive a livello europeo: il valore aggiunto per ettaro (2mila euro) è il triplo di quello del Regno Unito, il doppio della Spagna, quasi il doppio della Francia, 1 volta e mezza la Germania. Il numero di occupati agricoli ad ettaro (10,1 ogni 100 ha) è il triplo di Francia, Germania e Spagna. Risultati importanti, raggiunti, come si è detto, anche grazie alla scommessa sulla qualità e sulla sostenibilità. Quasi la metà (49,1%) delle imprese a produzione prevalentemente agricola con dipendenti, infatti, negli ultimi anni, ha adottato metodi e tecnologie per la riduzione dei consumi di energia ed acqua.

Il recupero di scarti e rifiuti è pratica diffusa: riguarda il 57% delle imprese. L'Italia vanta il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici oltre il limite (0,3%), inferiori di 5 volte a quelli della media europea (1,5% di irregolarità).

Abbiamo uno straordinario patrimonio di tipicità: 255 riconoscimenti tra Dop, Igp e Stg che valgono 12 miliardi di fatturato al consumo (che potrebbe crescere esponenzialmente con una radicale azione di contrasto al falso made in Italy alimentare, che vale oltre 60 miliardi di euro e toglie circa 300mila posti di lavoro).

Altro primato nazionale è quello del biologico, con quasi 50mila operatori, 1,2 milioni di ettari. Questo mercato vale 3,1 miliardi di euro, facendo del nostro Paese uno dei protagonisti a livello mondiale.

In questo campo ricordiamo esperienze come l'Azienda agricola biologica apicoltura Ambrosino che produce e vende direttamente ottimo miele italiano, premiato al Biofach 2013 di Norimberga, salone mondiale dei prodotti biologici. E poi Alce Nero e Mielizia: gruppo di più di mille agricoltori biologici, apicoltori e produttori specializzati che, anche grazie all'export, ha chiuso il 2012 con un fatturato in crescita dell'8,5%.

Questa agricoltura da record è anche il luogo dove prendono vita esperienze d'avanguardia sul fronte della sostenibilità ambientale. Come quella di Salcheto, a Montepulciano, che non si accontenta di produrre bottiglie di vino apprezzate in tutto il mondo, ma ha voluto calcolarne la carbon footprint ed ha attivato una serie di strategie per abbattere drasticamente la propria impronta di carbonio. Oppure, per restare al vino, le Cantine Arnaldo Caprai di Montefalco, azienda premiatissima e famosa per aver salvato dall'estinzione il sagrantino e averlo portato alle vette dell'enologia mondiale. Ha avviato un percorso di sistema con importanti realtà produttive nel comprensorio umbro, il progetto «Montefalco 2015, the new green revolution», per diffondere pratiche di produzione innovative e sostenibili.

L'agricoltura italiana è anche uno degli avamposti in cui i cambiamenti globali in atto negli stili di consumo trovano soluzioni innovative. Come la spesa a km zero e i farmer market: risposta alla voglia di consumi più consapevoli e responsabili, al desiderio di qualità, di rapporti con il territorio e coi produttori. Sono cresciuti nel nostro Paese sino a divenire esperienza comune – 7 milioni di italiani fanno regolarmente la spesa nei mercati degli agricoltori – e a raggiungere il fatturato record di 3 miliardi di euro. Un'opportunità resa possibile dalla Fondazione campagna amica della quale fanno parte 6.566 aziende agricole, 1.179 agriturismi, 330 cooperative, 1.125 mercati, 146 botteghe, ai quali si aggiungono 254 ristoranti e 128 orti urbani, per un totale di oltre 8.200 punti vendita.

Tra i pionieri della vendita diretta, la veneta Lattebusche: cooperativa nata nel 1954, che lavora esclusivamente latte locale, venduto anche attraverso punti di vendita diretta, i cosiddetti Bar bianco.

Originali le esperienze dell'agri-beach Eden Salento – chiosco bar ristorante a km zero, situato lungo una delle coste più belle d'Italia, che utilizza i prodotti coltivati nell'adiacente terreno retro dunale – e della veneta Adriamar – che produce cozze e mitili da offrire ai consumatori in postazioni itineranti con annesso servizio di take away.

Produrre, insomma, ad agricoltori e allevatori non basta più, soprattutto se sono giovani. Circa il 70% delle imprese guidate da giovani, infatti, opera in attività multifunzionali: in Puglia, la masseria Salamina produce ottimo olio extravergine di oliva Dop e cosmetici naturali in una vastissima gamma, interamente realizzati col suo olio. Ed è solo uno dei tanti possibili esempi.

Fonte: Il Sole-24 Ore

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