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Verso un marchio d'area territoriale Ing. Antonio Mastrangelo Direttore Tecnico del Consid

D. Come e perché nasce il progetto del blog “Una storia da raccontare” ? 

R. Innanzitutto è necessario precisare che tra le finalità statutarie del CONSID, oltre alla promozione e alla realizzazione di servizi a favore delle imprese, vi è la promozione e lo sviluppo del territorio di riferimento, senza il quale ogni iniziativa, ragionevolmente, non porterebbe ad alcun risultato positivo. E quando si propone un progetto di sviluppo territoriale e si intendono coinvolgere attivamente gli attori interessati (settore pubblico e privato) bisogna avere la consapevolezza che è sempre opportuno prospettare e veicolare l'idea, nonché condividerne il percorso.

In altri termini è fondamentale coinvolgere, quanto più possibile, tutti gli strati sociali pubblici e privati affinché l'idea di sviluppo dei proponenti diventi l'idea del territorio nella sua piena interezza.

Il blog "Una storia da raccontare" è finalizzato proprio al coinvolgimento diretto delle aziende, delle associazioni, dei professionisti, del mondo culturale, delle istituzioni e di ogni altro soggetto pubblico/privato interessato allo sviluppo del nostro territorio.

Siamo nel pieno di un momento storico politico-sociale delicato e particolare che non ci consente più di rimandare a domani ciò che avremmo dovuto fare già ieri: è necessario e urgente “disegnare” un nuovo modello di sviluppo che veda il territorio unito e propositivo attraverso iniziative di ampio respiro che guardino oltre il campanile del proprio paesello.

D. Che ruolo pensa possa avere un blog nella promozione di un territorio? 

R. Il blog consentirà, di interagire e fare rete a qualsiasi livello con l’obiettivo di formulare "al di sopra delle parti" un'idea concreta di sviluppo che, nonostante le buone intenzioni, gli annunci e i tentativi già mossi in passato da nostri volenterosi conterranei, stenta ad arrivare.

Il blog costituirà un anello di raccordo per dialogare, proporre, raccordare e coordinare iniziative utili allo scopo, essere da pungolo per le istituzioni che stentano a condividere un progetto di sviluppo comune e rimanere ancora legati al proprio campanile, fare emergere e rafforzare il senso di appartenenza di una comunità e di difenderne l’identità e le radici culturali.

D. Secondo Lei nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano ed Alburni, il marketing territoriale è sviluppato adeguatamente rispetto alle risorse naturali, artistiche e gastronomiche di cui disponiamo? 

R. E’ proprio questo l’anello mancante: non può esistere un vero marketing territoriale se manca del tutto l’idea dello sviluppo territoriale.

La ricchezza di contenuti di cui dispone il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano ed Alburni, già patrimonio dell’Unesco (risorse naturalistiche, archeologiche, gastronomiche, culturali, etc.), purtroppo non sono sufficienti per ipotizzare uno sviluppo economico spontaneo: è necessaria un’organizzazione imprenditoriale professionalmente competitiva.

D. Che cosa funziona e cosa, invece, bisogna fare ancora? 

Il nostro è un territorio incredibile. Abbiamo risorse, le popolazioni sono operose e accoglienti, abbiamo il senso della misura e della ragione, abbiamo capacità imprenditoriali ormai consolidate e testimoniate dalla presenza di un settore produttivo/terziario/commerciale di rilievo e ben strutturato che ha saputo investire e diversificare le proprie attività fino a renderle competitive anche oltre i confini nazionali. Abbiamo tutto il mix necessario per decollare. Manca purtroppo il raccordo, l’identità culturale di appartenenza, manca la vocazione territoriale (quasi ad averne paura), che impedisce di fatto, di fare il passo di qualità. E’ su questo piano che dobbiamo lavorare. E’ un lavoro essenzialmente culturale, ma la sfida l’accettiamo tutta e la rilanciamo alle giovani generazioni che saranno sicuramente più capaci di comprenderne il significato.

D. Relativamente alle questioni legate alla capacità, da parte di tutti gli attori istituzionali e privati, di “fare governance”, quale deve essere il contributo dei diversi attori pubblici e privati nella realizzazione di attività finalizzate a favorire lo sviluppo locale? 

R. La formula è semplice e già collaudata in altri ambiti territoriali:

a) le amministrazioni locali, in linea con le indicazioni nazionali ed europee devono “convolare a nozze”. E’ necessario istituire una “nuova governance” istituzionale:

 

- che guardi ad un territorio unito sotto un unico ombrello;

- che abbia un’unica idea di sviluppo;

- che si presenti unitariamente strutturata sotto ogni aspetto burocratico e organizzativo.

In altri termini, che abbia tutti i requisiti per un riconoscimento quale Ente Istituzionale alla guida di un territorio.

b) i privati, abbandonate le tendenze localistiche di quartiere, dovranno:

- favorire una maggiore integrazione sociale territoriale (spinte da parte delle associazioni, dei movimenti culturali, delle pro-loco, etc.);

- fare massa critica per la difesa del territorio e dei servizi essenziali, quali baluardi primari per una società moderna e competitiva;

- organizzarsi in attività imprenditoriali collaborative e consortili (da parte delle aziende), per far fronte ai mercati e competere a livello internazionale.

D. Questo blog nasce in un periodo particolare. E’ di pochi giorni fa la notizia di costituzione di parte civile della Comunità Montana Vallo di Diano e di altri Comuni valdianesi nel processo Chernobyl. Come presidente del Consid cosa ne pensa?

R. L’esempio di buona prassi è calzante: la difesa di un territorio parte dalla capacità di stare insieme nei momenti di reale necessità. E qui le amministrazioni locali, come in qualche altra occasione, hanno saputo reagire e presentarsi unite dando mandato di difesa alla presidenza della Comunità Montana. E’ un buon segnale, è questa la strada da percorrere. La “chiamata” alla difesa in qualche modo funziona. Manca ancora la capacità di stare insieme per un concreto processo di sviluppo.

D. Quale dovrebbe essere, secondo Lei, la politica da attivare nel comprensorio per rilanciare l'offerta turistica, l'economia territoriale e la competitività?

 R. Implicitamente credo di aver dato già risposta alla sua domanda. Ad ogni buon fine è utile sottolinearne i passaggi essenziali.

- è opportuno che le pubbliche amministrazioni procedano alla istituzione di una “nuova governance” (unione dei comuni, etc.) che rappresenti l’intero territorio di riferimento;

- è auspicabile che nell’ambito di una programmazione territoriale, si proponga un progetto di sviluppo omogeneo, rispettoso delle nostre peculiarità e affinità culturali: l’ambiente, le emergenze naturalistiche, il patrimonio artistico-culturale, le produzioni autoctone, le strutture esistenti, la capacità imprenditoriale delle nostre genti, le radici storiche di riferimento;

- è altrettanto auspicabile che il privato (aziende, cittadini comuni) cammini di pari passo con le istituzioni affinché il processo sia efficace e raggiunga gli obiettivi prefissati.

E allora, la risposta alla sua domanda, sinteticamente potrebbe essere la seguente:

Creare un modello di sviluppo economico competitivo fondato essenzialmente sull’equilibrata integrazione fra produzione, buone pratiche e qualità ambientale, ovvero istituire un Marchio d’Area Territoriale.

In altri termini il “Territorio” diventa affidabile sotto ogni punto di vista.

L’obiettivo qualità dovrà essere applicato ad ogni aspetto del territorio stesso e della sua vita: dai processi produttivi (rispettosi dell’ambiente e attenti ad evitare qualsiasi forma di sperpero delle risorse), ai servizi (pensati e offerti in un’ottica di qualità globale) per arrivare alle infrastrutture, alla commercializzazione e alle buone pratiche sia in ambito pubblico che privato.

L’idea guida è dunque quella di far sì che chi compra ad esempio un “caciocavallo silano” o il “carciofo bianco di Pertosa” o i “fagioli di Casalbuono”, così come il turista o la persona che per motivi di lavoro usufruisce dei servizi di quest’area (alberghi, ristoranti, negozi, uffici, ecc.), percepisca che dietro a ciò che compra, o del servizio che gli è offerto, c’è un territorio che si muove in modo univoco per garantire non solo la qualità del prodotto, ma la qualità di ogni aspetto della vita di questo territorio.

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